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Recensione: Il richiamo del cuculo di Robert Galbraith (a.k.a. J.K. Rowling)

Vista l’uscita imminente della serie tv Strike, in cui ripongo grandi aspettative (ma già il cast con Tom Burke Holliday Grainger come protagonisti vuole piacermi), ho deciso di fare la recensione del primo libro della serie.
Per chi non lo sapesse l’autore, Robert Galbraith, non è altro che lo pseudonimo utilizzato da (nientepopodimeno) J.K. Rowling per scrivere dei thriller che vedono come protagonista l’investigatore privato Cormoran Strike.

Trama (dalla retrocopertina del libro)
Quando una top model, celebre e tormentata, precipita dal balcone del suo attico a Mayfair nessuno dubita che si tratti di un suicidio. L’unico a non crederci è suo fratello che decide di rivolgersi a Cormoran Strike per far luce sul caso. Strike è un reduce della guerra in Afghanistan, dove è stato ferito nel corpo e nello spirito, e la sua vita è nel caos. Il nuovo incarico gli dà un po’ di respiro, ma a caro prezzo; più si immerge nel mondo complesso e spietato della modella, più la vicenda diventa oscura e densa di pericoli.

Devo ammettere che ero leggermente titubante all’inizio, conoscendo per l’appunto la vera identità dell’autore; ero spaventato dal pericolo che non potesse soddisfarmi come aveva fatto in passato. Dubbi immediatamente fugati, poiché la nostra beneamatissima madre di Harry Potter si riconferma la grande scrittrice qual è.
Il richiamo del cuculo è stato il secondo tentativo, dopo Il seggio vacante, dell’autrice di allontanarsi dal mondo fantasy per cimentarsi in tutt’altro genere. E forse è proprio questo uno dei motivi ad averla spinta ad utilizzare lo pseudonimo di Robert Galbraith, per dare un taglio netto con la sua passata produzione letteraria, creando appositamente un vero e proprio autore al quale attribuire la paternità dell’opera, godendosi semplicemente dei feedback dal pubblico con un nome diverso, senza il clamore, le aspettative e le pugnette intellettuali (termine oxfordiano) di chi non riesce a scindere la sua immagine da quella del maghetto più famoso di tutti i tempi.
Inizialmente l’opera viene pubblicata quindi come il primo titolo di un esordiente dall’identità ignota, ma fin dalle prime battute riscontra un discreto successo e altri autori (tra cui Mark Billingham e Peter James) ne lodano la maturità della scrittura e la complessità dell’intreccio. Solo dopo la rivelazione del Sunday Times della vera identità di Galbraith, il libro riceve un boom vertiginoso di vendite, schizzando in vetta nelle classifiche di tutto il mondo. Faccio mea culpa: anche io acquistai il romanzo dopo la rivelazione, ammetto.
Nonostante si sposti in tutt’altro ambiente, la scrittura della Rowling non delude, anche nel raccontare un thriller non risente di difficoltà o forzature di genere, ma resta limpida, semplice, essenziale ma mai banale. Il risultato è un romanzo coinvolgente, di grande equilibrio, dalle descrizioni dettagliate dei luoghi, delle atmosfere, con un’approfondita caratterizzazione dei personaggi, il tutto immerso in una Londra sapientemente dipinta, in cui veniamo quasi teletrasportati; a ciò si aggiunge un incedere degli eventi che lasciano il filo della tensione continuamente teso, fino a giungere ad un finale inaspettato.
Gli unici difetti, se proprio vogliamo trovarli, sono la presenza di alcuni cliché, i quali però sono connaturati col genere proprio del giallo-thriller, da cui è difficile discostarsi, quindi mi sento di condonarli a zia Rowling, anche perché non intaccano per niente la struttura stessa dell’opera, in quanto il risultato di tensione è ugualmente raggiunto.

(L’immagine in evidenza è mia, potete osservarla meglio sul mio profilo Instagram o cliccando qui).

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