Serie tv

Una lezione sul femminismo: The Handmaid’s Tale

Si è da poco conclusa la 69ª edizione della cerimonia di premiazione degli Emmy Awards (per chi non lo sapesse, sono in pratica lo speculare degli Oscar per il piccolo schermo). Un’edizione tutta al femminile, dove ha spiccato sopra ogni altra (e per fortuna) The Handmaid’s Tale, la serie tv tratta dal libro “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, che è riuscita ad accaparrarsi 8 statuette, ossia i premi per: Miglior serie tv drammatica; Miglior attrice protagonista (una straordinaria Elisabeth Moss); Miglior attrice non protagonista per Ann Dowd; Miglior regia per una serie drammatica; Miglior sceneggiatura per una serie drammatica. I premi più ambiti, in pratica. Quindi parliamone, perché dal 26 settembre arriverà anche in Italia. E diamine se dovete vederla.

Ci troviamo nella Repubblica di Gilead (ex Stati Uniti d’America) alla fine del ventesimo secolo. La Terra è stata devastata dalle guerre e dall’inquinamento radioattivo, satura dei liquami tossici prodotti per mantenere uno stile di vita frivolo ed edonistico. Una “punizione” si abbatte sull’umanità: un’epidemia di sterilità. La popolazione ha raggiunto la crescita zero, le rivolte intestine e il clima caotico hanno portato al golpe da parte di una setta di fanatici filobiblici – i Figli di Giacobbe – che riescono così a sovvertire l’ordine naturale, grazie ad una serie d’attentati opportunamente orchestrati e di cui vengono incolpati dei fantomatici terroristi stranieri. Viene dunque instaurato un regime teocratico totalitario e fondata una vera e propria società patriarcale. La religione è il motore del nuovo modus vivendi. L’essere umano viene spersonalizzato. Non si sceglie più chi essere, viene imposto.
La nuova società di Gilead riprende gli arcaici precetti dell’Antico Testamento, persino nei rapporti commerciali dove torna in auge il baratto. Tutto è disciplinato dal rigore morale. La società viene suddivisa in caste, ognuno viene marcato con un colore rappresentativo a seconda della propria funzione.
Al vertice della piramide sociale ci sono i Comandanti (uomini che sono stati in prima linea durante il colpo di Stato), subito dopo le Mogli (le compagne dei capi militari), poi abbiamo le Zie (le guardiane della moralità), gli Occhi (ossia i servizi segreti, deputati alla vigilanza e al controllo), gli Angeli (i soldati dalla divisa celeste), i Custodi e le Marte (i servi vestiti in verde) e, infine, l’ultimo tassello è formato dalle Ancelle.
Le pochissime donne rimaste fertili sono proprio loro, le Ancelle, e per tal motivo lo Stato decide di appropriarsene per utilizzarle come una sorta di “bene pubblico”. Bardate in una tunica rossa e con un copricapo che rimanda ai paraocchi per cavalli, viene vietato loro di truccarsi e costrette ad indossare degli abiti tutti uguali che non lasciano trasparire alcuna forma di femminilità. Alle donne viene proibito però molto di più: di leggere, scrivere, esprimere la propria opinione, defraudate dei loro beni, licenziate dalle loro occupazioni, non hanno più alcuna possibilità di scelta. Ogni diritto e libertà viene loro sottratto. Ciascuna Ancella viene affidata ad un apposita famiglia, dove si completa il processo di spersonalizzazione. Vengono, infatti, depredate anche del loro nome, assumendo il patronimico della famiglia del Comandante a cui sono smistate (la protagonista, June, prende il nome di Difred, ossia “di proprietà di Fred”. Nella lingua originale inglese Offred, ovviamente). E il motivo di questo affidamento è semplice: essere utilizzate per fini riproduttivi. Trattate alle stregua di oggetti. Durante la loro prigionia domestica, a cadenza mensile vengono sottoposte alla Cerimonia, ossia il ricalco dell’episodio biblico in cui Giacobbe, per dare un figlio alla moglie Rachele, ingravida la serva Bila. Dunque, in poche parole, vengono stuprate.

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Mantenute in vita per il semplice fatto di godere di un apparato riproduttivo funzionante, le Ancelle non vengono dunque più considerate donne in tutto e per tutto, sono delle semplici portatrici del seme altrui. Emblematica è la scena in cui, durante una visita ginecologica, la protagonista viene ricoperta per metà da un velo, lasciando trasparire chiaramente che ciò che desta interesse è solo la loro capacità di restare gravide, loro come persone non contano più.
Le donne sono costrette ad accettare l’annientamento della loro personalità per poter sopravvivere, ad accettare attenzioni e capricci di chi sta ora al potere, affogando le lacrime dei soprusi subiti. Un eco, però, continua a rimbombare, come una litania: Nolite te bastardes carborundorumUna frase latina che la protagonista scova incisa nel legno in casa del proprio Comandante, la quale può essere tradotta come “che i bastardi non ti schiaccino”. E allora sì: Nolite te bastardes carborundorum, bitches.

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Da cosa muove la distopia di The Handmaid’s Tale? Muove da un assunto di base fondamentale: fare ciò che è meglio per tutti, anche se ingiusto. Perché il mondo in cui veniamo catapultati è in effetti sull’orlo della rovina, è necessario un intervento drastico, ma quando prendiamo decisioni difficili dobbiamo sempre chiederci “a scapito di chi?”.
Ciò che rende ancor più potente e sentito tutto ciò, è il fatto che la storia in cui ci immergiamo copre un arco temporale sufficiente dal farci notare i cambiamenti dalla società civile al totalitarismo.
E qual è stata la miccia? Qual è stata la scintilla che ha fatto divampare le fiamme del despotismo? Nel momento in cui vengono chiusi i conti bancari delle donne e negato il loro diritto al lavoro. Ed ecco che possiamo sentire e potente l’eco dell’art. 1 della nostra Costituzione (quello che tutti imparano a pappardella, senza interrogarsi sul suo reale significato): “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Fondata-sul-lavoro. Il lavoro conferisce dignità alla persona, è ciò che lo distingue dagli animali, ciò che lo distingue dai parassiti, e non a caso nella distopia della Atwood tutto parte proprio dalla negazione di questo diritto fondamentale. È il primo passo la negazione di un diritto, il primo passo che non fa altro che scatenare un effetto domino su tutti gli altri. Tutto ciò che oggi diamo per scontato, dobbiamo ricordarci che un tempo non lo era. E potrebbe tornare ad essere così. Senza dimenticare che in molti Paesi del mondo la situazione non è poi così diversa e che abbiamo ancora parecchia strada da fare sul piano del riconoscimento dei diritti e delle libertà. Ce lo insegna l’ipocrisia che regna nella Repubblica di Gilead, dove ci si batte per un ideale considerato “puro”, ma dove chi sta al potere può dare sfogo segretamente alle proprie pulsioni. Non è altro che il vecchio insegnamento di orwelliana memoria: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
Ciò che osserviamo come telespettatori, dunque, non è solo la messa in scena di uno show, ma di un documento che deve farci riflettere. Perché le distopie non sono altro che il futuro che ci aspetta se non capiamo una cosa fondamentale: la discriminazione distrugge l’essere umano.
Ma ciò che dobbiamo leggere e vedere tra le righe, più di ogni altra cosa, è la lezione femminista che ci viene fornita. Innanzitutto che il Femminismo non significa “potere delle femmine”, come se ne esce di solito l’idiota di turno, ma è la pari opportunità di vita fra tutti gli essere umani, uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, bianchi o neri.
Quindi ribadiamo una volta per tutte che chi combatte per l’ideale femminista non è necessariamente una donna, ma una persona umana (nel suo senso più profondo).  In quanto il femminismo porta ancora oggi un paradosso di base, ossia il dissidio stesso tra donne. Infatti, come si nota nella serie tv, sono proprio le donne le più spietate. Come rappresentato dal rigore morale e crudele delle Zie, ma soprattutto dalle Mogli. Infatti, Serena Waterford, la moglie del Comandante di June, è una delle teoriche del nuovo stato totalitario che andrà a formarsi, autrice tra l’altro di libri che caratterizzano la donna come mera casalinga e levatrice, assuefatta ad idee arcaiche e obnubilata da una visione distorta della religione.
(Tra l’altro voglio far notare come tale distopia sia ambientata in America e non in Medio Oriente, e che il testo sacro sui cui si poggia è la Bibbia e non Il Corano).

  • Se sei un uomo in un qualsiasi tempo futuro, e ce l’hai fatta sin qui, ti prego ricorda: non sarai mai soggetto alla tentazione del perdono, tu uomo, come lo sarà una donna. È difficile resistere, credimi. Ricorda, però, che anche il perdono è un potere. Chiederlo è un potere, e negarlo o concederlo è un potere, forse il più grande.
    Non si tratta del controllo di una persona sull’altra. Forse non si tratta di chi può stare seduto e di chi deve invece inginocchiarsi, alzarsi o sdraiarsi, a gambe divaricate. Forse si tratta del potere di fare qualcosa e poi essere perdonato.

Concludendo: ciò che The Handmaid’s Tale porta è il messaggio di come sia inaccettabile, in ogni Stato e in ogni luogo, l’oppressione della donna, come sia in generale inaccettabile il sopruso di un proprio simile per un ideale contorto, come sia necessario non dimenticare il passato e non chiudere gli occhi nel presente.
Perché la distopia che ci viene offerta non è solo uno spettacolo, ma assomiglia quanto più ad una profezia, ed è impensabile tollerare una visione di vita del genere. Perché non è vita, è annientamento.

Quindi, tutti insieme:
Nolite te bastardes carborundorum.
Nolite te bastardes carborundorum.
NOLITE TE BASTARDES CARBORUNDORUM, BITCHES.

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(Dovreste guardarla anche solo per il monito finale del mitico Zerocalcare).

 

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