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Quando ricostruire diventa sinonimo di vita: “Hotel Silence” di Auður Ava Ólafsdóttir

Ho preso questo libro, come si dice, “al buio”, nel senso che non conoscevo né la trama né l’autrice in generale, ma mi ha come “chiamato” mentre mi aggiravo in libreria, soprattutto dalla copertina che mi ha ricordato uno dei miei quadri preferiti (“Il viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich), perché sì, un libro si giudica anche per questo, lasciate i modi di dire fuori dalla porta.

Un accenno di trama:
Jónas ha quarantanove anni e un talento speciale per riparare le cose. La sua vita, però, non è facile da sistemare: ha appena divorziato, la sua ex moglie gli ha rivelato che la loro amatissima figlia in realtà non è sua, e sua madre è smarrita nelle nebbie della demenza. Tutti i suoi punti di riferimento sono svaniti all’improvviso e Jónas non sa più chi è. Nemmeno il ritrovamento dei suoi diari di gioventù, pieni di appunti su formazioni nuvolose, corpi celesti e corpi di ragazze, lo aiuta: quel giovane che era oggi gli appare come un estraneo, tutta la sua esistenza una menzogna. Comincia a pensare al suicidio, studiando attentamente tutti i possibili sistemi e tutte le variabili, da uomo pratico qual è. Non vuole però che sia sua figlia a trovare il suo corpo, e decide di andare a morire all’estero. La scelta ricade su un paese appena uscito da una terribile guerra civile e ancora disseminato di edifici distrutti e mine antiuomo. Jónas prende una stanza nel remoto Hotel Silence, dove sbarca con un solo cambio di vestiti e la sua irrinunciabile cassetta degli attrezzi. Ma l’incontro con le persone del posto e le loro ferite, in particolare con i due giovanissimi gestori dell’albergo, un fratello e una sorella sopravvissuti alla distruzione, e con il silenzioso bambino di lei, fa slittare il suo progetto giorno dopo giorno…

Una sorta di recensione:

Un libro essenziale, un romanzo poetico sulle fragilità dell’uomo, scritto con eleganza, con una prosa asciutta e toccante.
È un libro che parla di rigenerazione, in qualche modo di “rinascita“, che cerca di riaccendere la scintilla umana attraverso il dolore, perché “la sofferenza, questa pratica misteriosa, accende la speranza”.

Jónas, il nostro protagonista, è uomo di mezz’età che non trova più alcun motivo per continuare la propria esistenza, sente di essere profondamente infelice, di non avere più certezze, nemmeno le più solide, come l’essere padre di una figlia.
Ed è durante una visita all’anziana madre che matura la sua decisione definitiva, nel volgere lo sguardo verso colei che lo ha generato ed osservare una donna in preda all’oblio di se stessa.

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Il protagonista decide di porre fine alla sua vita lontano dai propri cari, sopratutto lontano dalla sua non-figlia, non potendo sopportare il pensiero di lasciare che sia proprio lei a ritrovare il suo corpo.
Perché il suicidio è solo in apparenza un atto contro se stessi, ma è qualcosa che in realtà si infligge agli altri, a coloro che restano.

La sua non è mera infelicità, ma vera e propria solitudine dell’animo, è il sentirsi vuoto, svuotato, senza prospettive, senza uno scopo da perseguire. E l’uomo ha bisogno di uno scopo per sentirsi vivo.

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Jónas decide di partire per compiere il suo gesto ultimo. Si ritrova ad alloggiare presso l’Hotel Silence, in un Paese misterioso, devastato dai tumulti della guerra, dove inizia a comprendere giorno per giorno non solo la propria sofferenza, ma anche quella altrui, quella delle persone costrette a patire veri e propri orrori, cercando di sopravvivere nell’incertezza giornaliera nel più totale annientamento.

La solitudine come straniamento da se stessi, ma anche la guerra come lacerazione è dunque una grande tematica affrontata.
(Che è un po’ una sorta di strizzata d’occhio alla situazione attuale della nostra epoca, alle angherie e ai soprusi dell’ISIS, alla distruzione dell’essere umano e della sua cultura).

L’importanza di ricordare racchiusa in una semplice frase: “Crescerà una nuova generazione che non ricorda. Allora ci sarà il pericolo di una nuova guerra”.
(Un insegnamento non banale all’alba dei nuovi tempi che corrono, in cui le persone sembrano aver quasi dimenticato le mostruosità del secolo passato, inneggiando a criminali ideologie, dove l’atto più grave non è l’ignoranza dei pochi, ma il sostegno o, peggio, il silenzio-assenso di talune forze politiche, restie in una visione del mondo non solo antiquata, ma deleteria per l’essere umano).

Jónas inizia a fraternizzare con i proprietari dell’Hotel, aiutandoli attraverso piccole riparazioni qua e là, e pian piano si ritrova ad aiutare quasi tutta la popolazione circostante, venendo pagato in pasti o semplice riconoscenza.
Attraverso i suoi interventi fai-da-te non ripara solo “cose”, inizia a ricostruire pian piano delle vite, restituendo con un semplice gesto la speranza in chi l’aveva ormai perduta.
Assieme a Mai, Fifì ed al piccolo Adam, anche lui inizia un percorso di rinascita ed a risentire che la vita ha sempre qualcosa da offrire, anche nelle avversità.

Pagine pervase dalla celebrazione della vita, attraverso la ricostruzione, attraverso le riparazioni provvisorie, nelle piccole cose che rendono questa vita degna di essere vissuta.
Nelle piccole cose che ci rendono umani.

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Ho preso questo libro, come si dice, "al buio", nel senso che non conoscevo né la trama né l'autrice in generale, ma mi ha "chiamato" mentre mi aggiravo in libreria. Soprattutto la copertina mi ha attirato perché mi ha ricordato uno dei miei dipinti preferiti: "Il viandante sul mare di nebbia" di Friedrich. Perché un libro si giudica anche da questo, non facciamo i moralisti di stoca. Un libro poetico ed essenziale allo stesso tempo, che tocca con ironia e delicatezza argomenti difficili come la guerra e il suicidio. Ma soprattutto che tocca dentro. E proprio per questo non basta la didascalia di IG per parlarne, se siete interessati, ne parlo più approfonditamente sul blog. • Tra l'altro è uno dei libri più sottolineati di sempre, ma una frase mi ha colpito in particolare, per la sua semplicità e bellezza: "Si cerca di fare del proprio meglio, essendo esseri umani."

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