Libri

Ritrovarsi nelle vite altrui: Diario d’inverno di Paul Auster

Paul Auster a sessantaquattro anni, scrivendo questo libro, decide in buona sostanza di fare il punto della situazione.
Come sappiamo (o per chi non lo sapesse), la sua bibliografia è intrisa di note autobiografiche, sparse qua e là, non solo nelle opere “personali”, ma anche nei puri romanzi di fiction.
In fondo nell’atto dello scrivere è quasi inevitabile, se non necessario, riportare, seppur in modo “camuffato” o romanzato, spezzoni del proprio vissuto; il buon vecchio insegnamento di Flaubert (Madame Bovary c’est moi!) è tutto qui, in queste pagine, attraverso le quali Auster ci racconta. Figurarsi quando si racconta.

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Diario d’inverno potrebbe essere considerato, per certi versi, lo speculare maschile di Memorie d’una ragazza perbene di Simone de Beauvoir.
È una raccolta di memorie, ma non è un semplice spiattellare ricordi su pagina, ma vere e proprie memorie di sensazioni. Di sensazioni perché l’incredibile penna di Auster ha la capacità di farci vivere attraverso i suoi ricordi.
Narrato con la forma stilistica del “tu narrativo”, ossia in seconda persona, Auster si rivolge a se stesso, instaurando una sorta di dialogo allo specchio, un dialogo interiore, in cui vengono rievocati flash, stralci di una vita ripescati come le foto di un album.

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La struttura del libro è, per così dire, “libera”, in quanto non segue gli eventi in ordine puramente cronologico, ma vengono rievocati in modo disparato, una sorta di flusso di coscienza del pensiero.
Quattro pagine dedicate ai cibi prediletti durante l’infanzia, tre pagine sui luoghi visitati durante i suoi viaggi, altre tre sulle scuole frequentate dalla moglie, cinquanta in cui descrive minuziosamente ogni luogo, ogni casa in cui ha vissuto finora, altre due (stupende) sulle sue mani.

 

 

E ancora altre sul sesso, sui primi amori, i traumi, le gioie, il baseball, il matrimonio, il divorzio, la Francia, ancora un matrimonio, l’essere figlio, l’essere padre (e marito), la scrittura, il dolore, le perdite, la riconciliazione, i malanni, l’avanzare del tempo, l’esistenzialismo, la vita e la morte.
Detto in questi termini potrebbe sembrare un asettico elenco buttato lì, ma la vita è questo in fondo: una miscellanea di ciò che ci accade. Tutto sta in come raccontarla, e Auster lo fa con il suo solito stile elegante, lirico ed essenziale allo stesso tempo.

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Nonostante, dunque, sia un libro prettamente autobiografico, e quindi estremamente personale, è straordinaria la sua capacità di farci immedesimare nella sua vita, catapultandoci come spettatori, ma anche protagonisti, di uno spettacolo in fondo che non ci appartiene.
La sua magnificenza sta tutta qui: Auster riesce, raccontando se stesso, a raccontare tutti noi, facendoci ritrovare nelle sue pagine, negli interstizi delle sue parole, quasi come se avessimo a tratti vissuto al suo posto determinate esperienze. Perché in fondo ciascuno di noi è unico, è vero, ma la quantità di similitudini che ci legano sono pressoché indefinite. (Chi di noi non ha vissuto il primo amore, un trauma, l’infanzia, il dolore per una perdita, il piacere, e quant’altro? Cose che accadono un po’ a tutti, su per giù).
Ed è questo che lo rende un gigante della letteratura contemporanea: in Auster ritroviamo noi stessi.
E in fondo non è per questo che leggiamo, per perderci, e ritrovarci?

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2 pensieri riguardo “Ritrovarsi nelle vite altrui: Diario d’inverno di Paul Auster”

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