Cronachette

Il bambino sbagliato

Premessa importante: questo racconto è frutto di un “compito” che mi era stato assegnato durante un corso organizzato dalla Scuola Holden, e consisteva nello scrivere una storia di tot lunghezza partendo come base da una nostra foto, di qualsiasi genere, “nostra” solo nel senso di “nostra proprietà”, ma poteva raffigurare qualsiasi cosa. Io ho scelto questa:

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E ora il racconto.

Il bambino sbagliato

La domenica delle macerie. Così mi verrebbe da chiamarla, ora.
La casa dei miei nonni paterni non è mai stata una vera e propria casa, e l’unica parola che potrebbe rendere appieno l’idea è proprio questa: macerie.
Era situata all’ombra del centro storico della mia città, infossata in una viuzza grigia e diroccata, stretta al punto tale che le auto quasi facevano fatica a passare, lambendo le mura in rovina degli edifici. Ho scoperto col tempo che si trattava in realtà di uno degli antichi decumani, capendo dunque il perché della sua fatiscenza. Comunque a me ha sempre dato l’idea di uno scenario dickensiano. E perciò triste.
Prima di poter accedere all’antro residenziale (perché a ripensarci sempre più, di questo si trattava) bisognava aprire un enorme cancello arrugginito, transitare attraverso il cortile, non asfaltato e con il vizio di trasformarsi in un putrido acquitrino al primo accenno di pioggia, e poi finalmente addentrarsi nei meandri domiciliari.
Ci si ritrovava in unico ambiente, che faceva contemporaneamente da salotto, sala da pranzo e camera da letto. Il divano costituiva una sorta di linea di confine, una specie di muro di Berlino famigliare, dividendo il talamo a due piazze posto immediatamente alle sue spalle dal resto della stanza, lasciando di fronte a sé solo un tavolo con delle seggiole in legno e una televisione perennemente sintonizzata su Rete 4 (il canale inutile fatto apposta per gli anziani). Infine: un armadio e un piccolo comodino. Stop. Qui terminava il mobilio. Gli unici spazi extra erano lo sgabuzzino, dove era allocato un cucinino a due fuochi, e la latrina che si trovava al di fuori, impossibile da raggiungere se non passando per l’esterno. Nei giorni in cui diluviava mi sono sempre chiesto come facessero nel momento del bisogno impellente.
La cocciutaggine del nonno si era sempre frapposta contro ogni idea di trasloco, seppur temporaneo. Quando il palazzo principale, anni addietro, cadde in rovina, non ne volle sapere di abbandonare quel luogo, preferendo restarsene lì con il minimo indispensabile, nell’ambiente che una volta era adibito a cantina, dove l’unico residente era un gigantesco torchio impolverato, unica memoria tangibile del suo passato contadino. A niente erano valsi gli sforzi di mio padre o dei suoi fratelli e sorelle per fargli cambiare idea. Quella testa dura preferì quel bugigattolo miserrimo piuttosto che accettare un aiuto, manco fosse stata elemosina.
Io odiavo quel posto. Non perché non volessi andare a trovare i miei nonni, eh. Odiavo proprio quel luogo, e non per tutti questi fattori estetici, che poco m’importavano in realtà. L’odiavo più che altro perché mi sembrava uno spreco di tempo, un’inutile sceneggiata tradizionale che dovevamo porre in essere per buon costume, o per chissà cosa. Non andavamo lì per piacere, era quasi un dovere. Le stesse frasi di circostanza che si utilizzavano – “dobbiamo andare”, “sembra brutto” – tradivano il senso di quella visita.
Perché quella casa non faceva altro che rispecchiare un idillio famigliare inesistente. Ogni settimana sempre la stessa solfa: parole lanciate nel vuoto, alterchi gratuiti, discorsi inutili (quasi sempre gli stessi). Fratture e crepe non erano solo nella calce, ma nelle persone.
E quindi macerie.
Macerie fuori, ma soprattutto macerie dentro. E valle a riparare con lo stucco, quelle.

Io me ne stavo lì, accucciato sul divano, come mio solito, immerso nelle pagine dei fumetti di Topolino che mi portavo sempre dietro nel continuo tentativo di estraniarmi. Mio nonno si trovava sempre al mio fianco, con lo sguardo rivolto verso il televisore. Uno sguardo vuoto. Era dappertutto, tranne che lì.
Il resto dei parenti si lanciava senza sosta nella prosopopea inutile delle necessità e urgenze della vita di tutti i giorni, più che altro puntandosi vicendevolmente il dito l’uno contro l’altro, o soprattutto su chi era assente.
Io e il nonno ce ne stavamo in silenzio per tutto il tempo, le parole ci attraversavano senza lasciare nulla, se non un eco indistinto ed ovattato, destinato a scemare in pochi secondi. L’Antonio della vecchia e l’Antonio della nuova generazione, l’uno al fianco dell’altro, legati dal filo invisibile del sangue e del bisogno di essere altrove.
Quella domenica non era diversa dalle altre, stesso copione. Riuscivo ad ascoltare i miei parenti, e sapevo che stavano parlando anche di me, con le loro solite battutine stupide sul mio avere sempre la testa fra le nuvole, ripetendo per l’ennesima volta la stessa storiella.

Nel ’96 ci trovavamo in vacanza a Padova, e io, come ogni bambino che si rispetti e con davanti una distesa immensa di piccioni, non potevo frenarmi dal correre a destra e a manca per farli svolazzare tutti. Poi accadde che nella confusione generale fui preso per un braccio e trascinato via.
Non ricordo granché, la memoria fa di questi scherzi, va per intermittenze, scegliendo cosa trattenere e cosa lasciare andare. In fondo anche a questo servono le storie: a rivivere, a non perdersi.
All’epoca avevo i capelli biondicci, così come quel bimbo, vestito in modo pressoché identico a me, che mio padre teneva vicino. L’uomo che invece mi stringeva la mano parlava una lingua a me sconosciuta, una lingua dura e sinceramente per niente piacevole all’udito. Ci misero qualche attimo ad accorgersi dello scambio, poi qualche affanno, l’ansia che montava su nel trambusto generale nella piazza, e poi si incrociarono, mio padre e il turista tedesco. A momenti ci restavano entrambi per come ansimavano. Alla fine fecero addirittura amicizia, passammo il pomeriggio in compagnia e prima di salutarci scattammo una foto. In effetti, messi accanto, io e quel bimbo sembravamo davvero due gemelli.
Questo era il solito raccontino che tiravano in ballo, di tanto in tanto, per farsi quattro risate o per riempire i silenzi imbarazzanti, per spiegare a modo loro il mio essere continuamente altrove, alludendo al fatto d’averci scambiati davvero quel giorno, d’aver preso il bambino sbagliato.
Loro se la ridevano sempre alla fine, ignorando completamente che mi sentissi proprio così. Io ne ero convinto, io ero il bambino sbagliato.
All’età di sei anni avevo già capito che non avevo nulla in comune con le persone con cui vivevo. Lo vedevo negli occhi di chi mi stava attorno, lo sentivo nelle parole che si scambiavano. Bene o male, erano tutti esseri affini tra di loro, anche i miei cugini più o meno miei coetanei. Tutti, su per giù, con lo stesso carattere, gli stessi gusti, i modi di fare. Io ero uno straniero che si adattava per quieto vivere. Eppure sentivo tutto così vuoto. Non desideravo altro che essere quel bambino tedesco.

Quella volta, però, non appena finirono di raccontare, successe qualcosa. Al sibilare della parola “tedesco”, mio nonno trasalì, come se fosse rinsavito improvvisamente da uno stato comatoso, emettendo un suono quasi inumano, e urlò: «Scheiße!».
Per un attimo, nei pochi metri quadri impolverati di quella vecchia cantina, per la prima volta cadde il silenzio assoluto. Ma fu solo questo, un attimo, e poi tutti ripresero come se niente fosse a chiacchierare. Tutti, tranne il sottoscritto.
«Scheiße! Scheiße! Scheiße! Scheiße! Scheiße!»
Il nonno continuava a ripetere convulsamente quella parola per me incomprensibile; gli altri vi badarono come si fa caso allo svolazzare di una mosca, un semplice ronzio di sottofondo, mentre io restai completamente attonito, con la bocca semi spalancata per lo stupore. Fissavo mio nonno sbraitare quel suono come si fissa un animale emettere i suoi versi.
Quando sembrò essersi acquietato, presi coraggio e gli chiesi il significato di quella parola. Senza guardarmi, ma osservando un punto indistinto nel vuoto, con un filo di voce mi rispose che non era altro che la parola tedesca per “Merda”.
Non disse altro per una decina di secondi. Il suo sguardo sembrava puntare all’infinito, e pian piano mi accorsi che si stava lentamente perdendo in un luogo completamente diverso, in un interstizio della memoria, fuori dal tempo e dallo spazio che ci circondavano.
Poi le parole iniziarono improvvisamente ad uscirgli una dietro l’altra, un flusso di coscienza vivente capace di squarciare la realtà, e in un attimo non fummo più lì.

Settembre, 1943.
La notte era afosa, e la calura non faceva altro che accentuare ancor di più il sapore di polvere e sangue nell’aria, un odore pungente che mozzava il fiato ad ogni passo, ma in quel corpo minuto di neo-ventenne c’era posto solo per un’unica frase, che continuava a riecheggiare, come una litania nella testa: cento napoletani per ogni tedesco ucciso.
Il vicolo era avvolto dall’oscurità e dal tanfo di sporcizia, nessun altro ad aspettare. Passarono alcuni minuti, poi decise che era giunta l’ora di ritirarsi, ma in quel preciso momento uno scalpitio di passi veloci cominciò a risuonare in lontananza. Istintivamente si ritirò nel vicolo dietro di sé, rifugiandosi nell’unico anfratto possibile: l’esiguo spazio che divideva il terreno e la parte sottostante di un cassonetto dei rifiuti.
La sagoma si palesò d’un tratto. Nessuno stivale nero, nessuna divisa, solo due esili gambe che fuoriuscivano da delle scarpe di cuoio consunte, interrotte sulle ginocchia dal limitare di una gonna grigia.
Poi successe tutto così in fretta.
Due soldati, probabilmente di ronda, si avventarono furiosamente su di lei, strepitando parole indecifrabili. Lei emise un unico suono, un urlo strozzato.
Dalla sua tana improvvisata vide il suo volto schiacciato lungo il selciato da uno stivale nero come la pece, mentre l’altro ufficiale iniziò a strapparle le vesti con un coltello a serramanico.
Un cinturone cadde lì di fianco, e la canna del revolver gli finì ad un palmo dal viso.
L’uomo che le teneva premuto la suola in faccia prese a ridere istericamente, mentre l’altro si avventò su di lei, spingendosi selvaggiamente tra le sue gambe.
Ad ogni colpo continuava a ripetere la stessa parola, come un latrato feroce.
Scheiße! – Scheiße! – Scheiße! – Scheiße! – Scheiße!
Poi fu il turno dell’altro SS-Schütze.
E ancora.
Scheiße! – Scheiße! – Scheiße! – Scheiße! – Scheiße!
Quando finirono il suo corpo era inerme, incapace di muoversi, gli occhi sbarrati e assenti.
L’agente riprese il cinturone e se lo riannodò attorno alla vita, si avvicinò al corpo della ragazza e la rigirò su se stessa con la punta dello stivale, come un oggetto qualsiasi.
Poi, dal nulla, esplose tre colpi.
Il boato degli spari gli fece fischiare nelle orecchie un sibilo sommesso. Una pozza scarlatta iniziò ad espandersi lentamente sotto i suoi occhi.
Gli agenti presero il corpo, ormai privo di vita, dalle estremità e lo gettarono all’interno del cassonetto, che vibrò per l’urto, facendogli colare sul viso i liquami più disparati. Poi andarono via, come se nulla fosse.
Lui restò lì, immobile. Il messaggio per gli alleati stretto nel pugno, le palpebre paralizzate, incapaci di chiudersi.

Il nastro temporale si riavvolse in un attimo, la stanza riprese forma attorno a noi con il suo chiacchiericcio indistinto di sottofondo.
Il nonno non pronunciò più alcuna parola. Lo sguardo vagava ancora nel nulla, con gli occhi velati da una patina lucida.
Sentivo mio padre che mi sollecitava a muovermi, perché era giunto il momento di andare via.
Allora raccolsi le mie cose, abbracciai mio nonno e gli dissi che ero fiero di essere suo nipote.

Antonio Lombardi

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