Libri

Un romanzo necessario: Exit west di Mohsin Hamid

In quest’epoca che stiamo vivendo, caratterizzata dalla velocità, dal dinamismo sfrenato e dalla superficialità, Mohsin Hamid ci offre un romanzo non solo bello e scritto in modo impeccabile, ma soprattutto importante e che sembra arrivare proprio nel momento opportuno, come una pioggia purificatrice dopo le pene di un caldo torrido. In una sola parola – anche se parola, purtroppo, abusata nel mondo dell’arte, specie dell’editoria – necessario.

In un momento storico come questo, in cui parlare della “problematica” dei migranti è da un lato facile, in quanto alla portata di tutti, e per lo stesso motivo pericoloso, poiché si lascia alla libera e incontrollata insensatezza di esprimersi nelle sue forme peggiori, dando libero sfogo alle bestialità insite nell’animo umano, arrivando al punto di denigrare il proprio simile in nome di una minaccia illusoria, anzi inesistente; ma d’altra parte anche così arduo, perché ignoriamo per forza di cose le vicissitudini singole che spingono le persone ad abbandonare la propria patria, e non solo, ignoriamo le condizioni socio-politiche di Paesi di cui abbiamo una cognizione solo indiretta, attraverso il filtro mediatico, e quindi in un certo senso falso, perché ogniqualvolta si attua un’operazione di filtraggio – per antonomasia – si perde qualcosa, scartandolo.
Quindi, la domanda che dobbiamo porci è: come si può parlare del fenomeno della migrazione senza cadere nel populismo, o, peggio, nella faciloneria? Come si può trattare una tematica così complessa senza la presunzione della dissertazione semplicistica lanciata sui social? Come si può parlare di persone, esseri umani, con un distacco tale da ridurli a meri oggetto di studio e polemica?
Non è facile, ma Hamid, con le sue grandi qualità di narratore contemporaneo, è riuscito in quest’impresa. Non con la presunzione del saggista estraneo dal mondo, che pretende di “risolvere” problemi senza averne diretta cognizione. Non con la presunzione dell’animale social, che spara a raffica commenti su ogni stato e/o notizia mediatica offerta. E nemmeno con la vecchia chiacchiera da bar. Niente di tutto ciò. Hamid fa quello che solo un grande narratore ed intellettuale può fare: scrivere un’opera degna.
Exit west è davvero il libro politico di cui i nostri tempi avevano bisogno, perché ancora una volta la forma del romanzo riesce ad essere il veicolo più adatto per raccontare l’estrema complessità e mutevolezza dei nostri tempi, che senza superficialità o pretese di sorta ci mette dinanzi ai problemi della realtà, attraverso la storia di Nadia e Saeed, due persone, due amanti, che lottano per sopravvivere, anzi per vivere, per esercitare quel diritto che ci accomuna tutti, per tener vivo contro le barbarie del mondo il più semplice e forte dei sentimenti: il loro amore.
E allora se il vecchio adagio “tutto è politica” persiste, niente di più politico di un romanzo che smuove le coscienze, che fa riflettere, che sensibilizza sulla condizione del prossimo, che tramite la metafora narrativa della porta, capace di teletrasportare in altri luoghi a rischio della vita, riesce in modo mirabile, semplice e diretto a fornirci un quadro della società e della politica attuale. Non solo la “porta” come confine territoriale, ma anche telematico. La digitalizzazione assottiglia le distanze, elude quelle che un tempo erano barriere accessibili a pochi.
Perché, essenzialmente, gli uomini si dividono in due categorie: coloro che le porte le chiudono e quelli che le aprono. E il rifiutare la coesistenza con i propri consimili in nome di uno pseudo nazionalismo non è solo un atteggiamento retrogrado, ma addirittura innaturale. La demarcazione del proprio territorio come giustificazione ad atteggiamenti meramente razzisti e xenofobi è un retaggio che, invece di abbandonare, la maggioranza inneggia. Atteggiamento che si riscontra pericolosamente non solo nella nostra politica nazionale, ma anche dal punto di vista europeo e finanche mondiale.
Il falso mito della democrazia come sinonimo de “la maggioranza decide”, non può e non deve essere l’alibi per violare apertamente diritti umani, diritti per i quali i nostri padri fondatori (e non solo) hanno combattuto a costo della vita, in nome di un futuro all’insegna dell’uguaglianza sul piano della dignità e del rispetto reciproco.
Non possiamo e non dobbiamo essere la generazione che è rimasta a guardare. Non possiamo essere la generazione che dirà alla prossima “potevamo fare di più, ma non lo abbiamo fatto”.

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"Forse si erano resi conto che le porte non potevano essere chiuse, che nuove porte avrebbero continuato ad aprirsi, e avevano capito che il rifiuto della coesistenza richiedeva che uno dei due schieramenti cessasse di esistere, e che quel processo avrebbe trasformato anche lo schieramento superstite, e in seguito troppi genitori nativi non sarebbero più stati in grado di guardare i figli negli occhi, di parlare a testa alta di quel che la loro generazione aveva fatto." • Ho letto questo libro in estate e doveva uscirne un mio intervento su un'altra piattaforma, ma che purtroppo è andata in pausa, e visto che mi è venuto stranamente in mente stamattina, e dato che lo considero un romanzo straordinario che si inserisce in modo fondamentale nei nostri tempi, sul blog trovate una mia dissertazione a riguardo 👌 (Lo so che molti già ne hanno parlato, ma io non leggo i libri per moda o perché "di tendenza", lo trovo aberrante; l'ho letto e mi andava di dire la mia nel mare magnum delle considerazioni già fatte, solo che ho spostato l'occhio più dal punto di vista politico che letterario). Ah se avete altro da consigliarmi di questo autore, sono tutto orecchi, perché vorrei approfondirlo 💪

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